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Ad Limina

In un mondo che per anni si è intossicato l’anima parlando di confini e che si è ritrovato più unito che mai, non solo perché la globalizzazione è un fatto compiuto da più di trent’anni, ma perché la pandemia del coronavirus ci ha reso tutti liberi ed eguali in un disastro in cui i più fortunati sono stati unificati anche dai divani su cui sono stati parcheggiati,  esistono punti liminari veri in quanto percepiti, che non sono le nazioni con le tronfie retoriche ottocentesche o, peggio, fasciste e fascistoidi del Novecento, ma sono i punti di attraversamento, i “limina” del latino, per la precisione, che non sono frontiere, ma luoghi per definizione permeabili .

“Limen” , il “ confine” in latino, in greco vuol dire “porto”, a suggellare l’ambivalenza complementare di ciò che è, nel punto in cui cessa di essere tale per divenire altro, il che non ne implica, ontologicamente, una non esistenza, bensì un “non più come prima”, ragione per cui il confine non è blocco ma mutamento, passaggio di stato, dissolversi di paesaggi, odori, sapori, lingue, percezioni, in altri paesaggi, sapori, lingue e percezioni, e via di seguito agglutinando ogni volta elementi nuovi, cosicché la somma di cui sopra, lungi dall’essere aritmetica, è qualcosa che si può definire solo in quanto indefinibile caleidoscopio che all’unisono porta in noi, facendola colare sino ai più profondi baratri dell’inconscio, una parte di esterno che, mescolandosi con l’interno nostro, contribuisce a dare a noi l’immagine di ciò che siamo.

In tutto questo ambaradan ( chi era costui?) di zone liminari, Milano, Mediolanum, “ la città di mezzo” per definizione, che, quindi, di “confini” ne ha a iosa, ha un punto in particolare nel quale si percepisce nettamente la fine di un mondo e l’inizio di un altro: lo svincolo di Cormano, una sorta di finis terrae cui si arriva stremati, dopo perigliose code, giungendovi da Pero, altro luogo archetipico di una geografia fantastica ben nota.

Chi non conosce, anche solo per sentito dire facendo zapping nell’autoradio, le famose “code fra Pero e Cormano”, seconde , forse, solo a quelle fra Ronco Bilaccio e Barberino di Mugello? E soprattutto, chi fra i Milanesi o i frequentatori assidui della città, od anche fra i viaggiatori occasionali, non ha mai impattato almeno una volta nella vita ( voglio essere ottimista) in quella bolgia di colori e metallo, autoradio gracchianti, gente intenta a fissare schermi del cellulare all’interno di abitacoli claustrofobici, bambini che fanno ciao con la manina, camion balcanici, francesi, tedeschi, italiani, padri pii e calendari Pirelli con figure meno ortodosse esposti, “ torna sano e salvo”, “ consegne a domicilio”, “mobilificio Brambilla” ed altre centinaia di eccetera viaggianti a passo d’uomo a ricoprire un nastro d’asfalto circondato da grattacieli storti, campi cementificati, l’ Olona che si fa canale, brandelli di expo, binari affastellati ed umanità e disumanità varie ed eventuali? Ebbene, chi non è mai stato lì ?

La retoricità stessa della domanda è la più perentoria delle affermazioni, che dunque, confermando l’implicito “Io ci sono stato!”, “ Certamente!”, “ Come dimenticare? “ ecc. ecc,  permettendomi di proseguire oltre, mi fanno andare oltre. Cormano, dunque: qui lo svincolo descrive un arabesco barocco che taglia letteralmente l’ultima strada del Comune di Milano e la prima del comune eponimo, la cui realtà, nella percezione dei più, si consustanzia esclusivamente nello svincolo di cui sopra, come se il centro abitato, la piazza, le case, la gente, fossero un di più rispetto al ghirigori tangenziale. Orbene ( avverbio manzoniano, dato che siamo a pochi chilometri dalla villa di campagna del Don Lissander). Orbene dicevo, passato lo svincolo potete tutti essere certi che vedrete un mondo cambiare, e non solo perché, come insegnano i geografi, passata la linea delle risorgive, qui inizia l’alta pianura, un terreno molto più arido e ghiaioso della bassa pianura grassa, nella quale i Celti impiantarono la città di mezzo, ma perché bruscamente finiscono la moda, il design, gli aperitivi, le archistar, le grandi mostre e i grandi mostri ed hanno inizio i kebab, le pizzerie da asporto,  i mobilifici, i distributori, i capannoni, mentre finiscono anche i tram e l’urbano diventa suburbano nel silenzio di piccole aree verdi, paradiso degli amanti del jogging ed inferno degli allergici, soprattutto nelle roboanti primavere padane ( quanto sono belle, forse uniche, coi loro voli di pollini e il trionfo estatico ed erotico dei pioppi, nevvero ?). Alternato dunque a questo paesaggio frutto degli artifici di architetti che Gadda descrisse tanto bene quando parlava di Brianza, altrettanto improvviso fra un comune e l’altro (perché qui le divisioni amministrative sanno di medioevo, e non sia detto per giudicare, anzi: è bello sapere che, fatti due passi, da Milano ci si ritrova a Cormano per finire poi a Paderno Dugnano), a ricordare il tempo in cui le selve oscure lambivano le città sino ad entrare loro dentro ( e qui dovrei anche parlare della storia del bosco della Merlata, ma andremmo troppo lontano; magari un’altra volta), dicevo, a ricordare il tempo in cui le selve oscure lambivano la città, sta il bosco delle Groane.

…Bosco delle Groane,  un plurale che sa già di personaggi mitici, di leggende, di entità pagane e burlone che danzano un sabba mefistofelico nel cuore di notti senza tempo.

Questo bosco dunque, avvolge il viaggiatore che, senza rendersi conto, passa da un quadro di Hopper ad un’incisione di Doré, dimenticando in un batter di ciglio e di stomaco il pranzo consumato nel fast food postmoderno qualche metro prima e trasformandosi in un Dante pronto ad addentrarsi nella selva oscura che, come dicevamo, lambisce la città metropolitana come un alter ego che le ricorda origini antiche. Nel frattempo, poco lontano, sul nastro della Milano- Meda, indaffarati ed indifferenti, i Milanesi diventano Brianzoli, ma siamo in un altro mondo; ne parleremo in un altro racconto. 

Ennio Cirnigliaro

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